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mercoledì 17 settembre 2008

La crisi del Caucaso e la guerra dell’informazione.

Durante i primi giorni di conflitto, essendo in pieno agosto, non ho avuto modo di seguire con attenzione gli avvenimenti che si stavano verificando nel Caucaso, ma ascoltando i media occidentali, venne fuori apertamente che si trattava di un'aggressione russa alla Georgia. Solo attraverso un’informazione più accurata ed ampia, ho avuto modo di approfondire la questione. Si capisce chiaramente come l’occidente o meglio i media occidentali abbiano scelto fin dall’inizio del conflitto a chi assegnare torti e ragioni, omettendo spesso verità non trascurabili, come il fatto che la presenza di militari russi in Ossezia ha una funzione di peacekeeping e si inserisce in un programma di pacificazione concordato a livello internazionale. Certamente la reazione militare russa è stata durissima, d’altro canto questo è un elemento innegabile in un conflitto, ma la guerra in Caucaso ha inizio con l’attacco georgiano all’Ossezia del Sud ed alle truppe russe, quest’ultime ribadisco erano presenti in quei territori con un mandato internazionale di interposizione. I mass media russi, stampa, TV, radio ed internet sono tra l’altro meno schierati con il governo di quanto i mezzi di informazioni occidentali li dipingano. Basti pensare ai rinomati analisti come Vladimir Pozner o come la fondazione Carnegie di Mosca che hanno un atteggiamento più collaborativo con gli USA e l’Europa e sicuramente queste voci erano ancora più forti sotto la presidenza Eltsin di quanto non lo siano oggi, ma comunque continuano ad avere un ruolo determinante nel panorama mediatico russo. Ritornando al tema centrale dell'articolo, c’è da dire che il mondo non ha saputo che tra il 7-8 agosto, le truppe georgiane hanno aggredito l’Ossezia del Sud radendo al suolo la città di Tskhinvali e uccidendo quasi 3.000 civili. Come è possibile che l’opinione pubblica mondiale non abbia saputo niente di ciò che la dirigenza russa ha definito con santa ragione Genocidio? Allo scoppio della guerra molti analisti russi hanno dichiarato: “Stiamo perdendo la guerra dell’informazione” ed in effetti l’8 agosto la CNN riportava “La Russia invade la Georgia”. Nelle prime ore di conflitto il compito principale dei media è stato sorvolare sulla notizia dell’aggressione georgiana e scaricare ogni responsabilità a Mosca. L’attacco georgiano all’Ossezia del sud ed alle truppe russe e la conseguente risposta russa, si è conclusa con il riconoscimento da parte di Mosca delle due repubbliche georgiane di Abkhazia e Ossezia del sud. Il conflitto in questione, per la prima volta dopo l’ex URSS ha mostrato al mondo una recuperata azione militare di Mosca e senza manifestare il minimo timore nei confronti degli Stati Uniti. Naturalmente la Russia forte del precedente del Kosovo, ha intrapreso quest’azione a difesa dei territori secessionisti. Già nel 2006 il Ministro degli esteri russo aveva più volte avvertito Condoleeza Rice e l’Europa che un riconoscimento del Kosovo avrebbe costituito un precedente pericoloso per il Caucaso. La crisi georgiana va letta comunque in profondità e le contraddizioni georgiane sono emerse non solo a seguito della risposta del Cremlino, ma soprattutto a causa dell’affermazione del progetto georgiano ultranazionalista, che ha inteso applicare in un territorio plurietnico e plurilinguistico, un’identità omogenea a tutti i costi. Oggi sembra che l’accordo sul piano di pace presentato dalla Francia firmato da Tblisi e Mosca potrebbe essere il primo passo verso una distensione ma i negoziati con la Polonia per la costituzione del progetto dello scudo spaziale potrebbero portare nuove tensioni con il Cremlino.

venerdì 21 settembre 2007

I Balcani ed il difficile equilibrio

L’”Impasse della politica Italiana” ed il ritorno, dopo la pausa estiva, a programmi televisivi e tribune politiche ripetitive, la sempre maggiore scarsa informazione, mi impongono con estremo piacere ad analizzare alcuni eventi che si stanno verificando nei vicini Balcani.
Proprio in questi giorni una serie di scontri all’interno della Repubblica della Macedonia hanno attirato l'attenzione. Il primo incidente è avvenuto nel mese di agosto quando un gruppo di albanesi ha tentato con la forza di occupare alcuni villaggi macedoni che confinano con il Kosovo (quindi anche con la Serbia dal momento che parte del territorio appartiene a quest’ultima); il 31 agosto un altro scontro tra un gruppo di albanesi e la polizia macedone; ed infine l’ultimo incidente si è registrato il 10 settembre scorso. Alcuni villaggi stanno tentando, con la forza di chiedere la separazione dalla Macedonia.
Alla luce di questi avvenimenti, credo, che il futuro della giovane Repubblica sia strettamente connesso ai futuri sviluppi della questione Kosovara.Il Kosovo in questo momento è al centro delle ansie di Europa, USA e Russia poiché il suo status non è stato ancora definito, anche se il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato che il termine ultimo per la soluzione è stabilito per il prossimo mese di dicembre. La vicenda che ha rimarcato l'indipendenza del Kosovo è stata la guerra della Nato contro Belgrado nel 1999, ma oggi la questione è ostacolata dall'opposiozione della Serbia appoggiata anche dalla Federazione Russa. Ritengo legittima la posizione Serba non solo perchè è segnata dal suo diritto storico sul Kosovo, ma anche dalla consapevolezza di non essere abbastanza grande da potersi permettere la perdita della culla del proprio Stato e della propria cultura, ne abbastanza piccola da poter essere privata di parte del proprio territorio senza reagire.
Nel video si vede in maniera chiara cosa succede oggi nel Kosovo. Un gruppo di albanesi sta distruggendo e dissacrando una Chiesa Ortodossa.

E' come se l'Italia venisse privata della regione dell'Alto Adige, sopportando inerte un'amputazione del proprio territorio, vedendosi abbattere le antiche Chiese Cattoliche e Monumenti senza risentirne.

E poi spetta forse solo alla Serbia dar vita con la svendita del proprio territorio a quella pace balcanica che di certo non è essa a mettere a rischio? L'indipendenza del Kosovo credo che desti serie preoccupazioni sul futuro dei Balcani, legate principalmente alle dubbie capacità del futuro sistema kosovaro di garantire lo stato di diritto e la lotta alle attività criminali. Le capacità di governare una volta ridotta la presenza internazionale che oggi garantisce il funzionamento a livelli minimi, si ridurrebbe ad una progressiva deriva criminale con ricadute sui paesi vicini quali la Serbia, il Montenegro, la Macedonia. La comunità serba vive nella paura di nuovi disordini e non accetta l'indipendenza perchè non vede la possibilità di vivere in pace, anzi sarebbe una fonte continua di conflitti e la continuazione di attività da parte delle più potenti narcomafie del mondo.
Ma non dimentichiamo, il fattore economico di un Kosovo indipendente. Oggi le attività produttive nella regione sono completamente assenti, l'agricoltura è trascurata ed il livello di disoccupazione è altissimo. In questo contesto auspico e ritengo fondamentale che si adotti la giusta soluzione senza dunque scegliere se vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Certo la retorica di europeizzare il Kosovo come chiave per risolvere il suo problema, mi sembra una triste melodia. Ma allo stato attuale è probabile che la decisione finale non piacerà nè ai serbi nè agli albanesi e la Comunità Internazionale sarà messa ancora una volta a dura prova.