Perché oggi gli italiani si sentono molto meno ricchi rispetto al passato? Perché hanno ridotto i loro consumi alimentari, escono meno di casa, vanno in pizzeria con meno frequenza rispetto ad un tempo poco recente?
Prima di tutto, partiamo da un dato, ovvero il reddito degli italiani che negli ultimi anni non si è abbassato, ma è cresciuto molto meno rispetto a tutti i paesi europei, basti pensare che in Italia oggi il reddito medio annuo è pari a circa 20.000,00 euro mentre in Spagna è di circa 26.000,00, paese che fino a un decennio fa stava molto peggio dell’Italia, e potremmo ancora citare l’Irlanda o addirittura la Grecia.
Premesso che fino agli anni novanta nelle case degli italiani c’era un solo telefono, una sola macchina e le mamme che per evitare sprechi, ai figli passavano gli stessi vestiti dai più grandi ai più piccoli.
Ma a parte queste considerazioni, oggi nel nostro paese le famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, la nostra economia è ferma ad ancor prima della crisi odierna alla quale dagli Stati Uniti all’Europa si sta cercando di reagire con ogni mezzo. La causa di tutto questo è da attribuire a diversi fattori, primo fra tutti alla politica degli ultimi anni ed alle false ricette populiste che sono servite solo a portare qualche voto in più a chi le ha simboleggiate. Ma accanto a questi fenomeni più generali, credo che esistano altre cause che hanno frenato la nostra economia e sono tipiche cause italiane.
In Italia, solo il 35% di persone di età compresa tra i 50 e 60 anni partecipa al sistema produttivo, rispetto al 59% degli altri paesi della zona euro, ma il dato più allarmante è quello dei giovani, dove tra i 18 e i 27 anni solo il 30% è impiegato rispetto al 55% degli altri paesi. Nel nostro paese si lavora poco e la maggior parte delle persone che non lavorano vengono mantenute dalle famiglie o dallo Stato. Molte famiglie infatti sono composte da genitori in pensione con figli a carico fino ed oltre i trent’anni perché ancora non inseriti nel mercato dell’occupazione e le uniche riforme del lavoro recenti, direi incomplete (vedi riforme Treu-Biagi) hanno creato un esercito di precari. Si parla spesso ultimamente di “aumento della produttività”! Ma come si può aumentare la produttività con precari che vengono impiegati senza nessuna garanzia, senza futuro, condannati all'umiliazione e di conseguenza poco motivati?
Anche il sistema redistributivo funziona male, poiché si muovono poche risorse dai ricchi ai poveri. Questo stato di cose non può più funzionare, “basta con le misure tampone”, serve oggi una vera riforma dello stato sociale, ancor prima di riformare la Costituzione o i regolamenti parlamentari, una riforma che cominci a spostare risorse dalle pensioni d’oro di chi povero non è a chi ne necessita realmente.
Il riconoscere e saper misurare le difficoltà odierne, dove la povertà è una delle manifestazioni più evidenti, deve essere il punto di partenza per proporre una nuova politica sociale ed economica al passo con i tempi ed avanzata, che tenga conto di un’equa redistribuzione delle risorse e che realizzi le libertà di ogni singolo individuo.
Ma a parte queste considerazioni, oggi nel nostro paese le famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, la nostra economia è ferma ad ancor prima della crisi odierna alla quale dagli Stati Uniti all’Europa si sta cercando di reagire con ogni mezzo. La causa di tutto questo è da attribuire a diversi fattori, primo fra tutti alla politica degli ultimi anni ed alle false ricette populiste che sono servite solo a portare qualche voto in più a chi le ha simboleggiate. Ma accanto a questi fenomeni più generali, credo che esistano altre cause che hanno frenato la nostra economia e sono tipiche cause italiane.
In Italia, solo il 35% di persone di età compresa tra i 50 e 60 anni partecipa al sistema produttivo, rispetto al 59% degli altri paesi della zona euro, ma il dato più allarmante è quello dei giovani, dove tra i 18 e i 27 anni solo il 30% è impiegato rispetto al 55% degli altri paesi. Nel nostro paese si lavora poco e la maggior parte delle persone che non lavorano vengono mantenute dalle famiglie o dallo Stato. Molte famiglie infatti sono composte da genitori in pensione con figli a carico fino ed oltre i trent’anni perché ancora non inseriti nel mercato dell’occupazione e le uniche riforme del lavoro recenti, direi incomplete (vedi riforme Treu-Biagi) hanno creato un esercito di precari. Si parla spesso ultimamente di “aumento della produttività”! Ma come si può aumentare la produttività con precari che vengono impiegati senza nessuna garanzia, senza futuro, condannati all'umiliazione e di conseguenza poco motivati?
Anche il sistema redistributivo funziona male, poiché si muovono poche risorse dai ricchi ai poveri. Questo stato di cose non può più funzionare, “basta con le misure tampone”, serve oggi una vera riforma dello stato sociale, ancor prima di riformare la Costituzione o i regolamenti parlamentari, una riforma che cominci a spostare risorse dalle pensioni d’oro di chi povero non è a chi ne necessita realmente.
Il riconoscere e saper misurare le difficoltà odierne, dove la povertà è una delle manifestazioni più evidenti, deve essere il punto di partenza per proporre una nuova politica sociale ed economica al passo con i tempi ed avanzata, che tenga conto di un’equa redistribuzione delle risorse e che realizzi le libertà di ogni singolo individuo.
