mercoledì 29 aprile 2009

L'Italia, la crisi ed i paesi della zona Euro: Considerazioni.

Perché oggi gli italiani si sentono molto meno ricchi rispetto al passato? Perché hanno ridotto i loro consumi alimentari, escono meno di casa, vanno in pizzeria con meno frequenza rispetto ad un tempo poco recente?
Prima di tutto, partiamo da un dato, ovvero il reddito degli italiani che negli ultimi anni non si è abbassato, ma è cresciuto molto meno rispetto a tutti i paesi europei, basti pensare che in Italia oggi il reddito medio annuo è pari a circa 20.000,00 euro mentre in Spagna è di circa 26.000,00, paese che fino a un decennio fa stava molto peggio dell’Italia, e potremmo ancora citare l’Irlanda o addirittura la Grecia.
Premesso che fino agli anni novanta nelle case degli italiani c’era un solo telefono, una sola macchina e le mamme che per evitare sprechi, ai figli passavano gli stessi vestiti dai più grandi ai più piccoli.
Ma a parte queste considerazioni, oggi nel nostro paese le famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, la nostra economia è ferma ad ancor prima della crisi odierna alla quale dagli Stati Uniti all’Europa si sta cercando di reagire con ogni mezzo. La causa di tutto questo è da attribuire a diversi fattori, primo fra tutti alla politica degli ultimi anni ed alle false ricette populiste che sono servite solo a portare qualche voto in più a chi le ha simboleggiate. Ma accanto a questi fenomeni più generali, credo che esistano altre cause che hanno frenato la nostra economia e sono tipiche cause italiane.
In Italia, solo il 35% di persone di età compresa tra i 50 e 60 anni partecipa al sistema produttivo, rispetto al 59% degli altri paesi della zona euro, ma il dato più allarmante è quello dei giovani, dove tra i 18 e i 27 anni solo il 30% è impiegato rispetto al 55% degli altri paesi. Nel nostro paese si lavora poco e la maggior parte delle persone che non lavorano vengono mantenute dalle famiglie o dallo Stato. Molte famiglie infatti sono composte da genitori in pensione con figli a carico fino ed oltre i trent’anni perché ancora non inseriti nel mercato dell’occupazione e le uniche riforme del lavoro recenti, direi incomplete (vedi riforme Treu-Biagi) hanno creato un esercito di precari. Si parla spesso ultimamente di “aumento della produttività”! Ma come si può aumentare la produttività con precari che vengono impiegati senza nessuna garanzia, senza futuro, condannati all'umiliazione e di conseguenza poco motivati?
Anche il sistema redistributivo funziona male, poiché si muovono poche risorse dai ricchi ai poveri. Questo stato di cose non può più funzionare, “basta con le misure tampone”, serve oggi una vera riforma dello stato sociale, ancor prima di riformare la Costituzione o i regolamenti parlamentari, una riforma che cominci a spostare risorse dalle pensioni d’oro di chi povero non è a chi ne necessita realmente.
Il riconoscere e saper misurare le difficoltà odierne, dove la povertà è una delle manifestazioni più evidenti, deve essere il punto di partenza per proporre una nuova politica sociale ed economica al passo con i tempi ed avanzata, che tenga conto di un’equa redistribuzione delle risorse e che realizzi le libertà di ogni singolo individuo.

martedì 10 febbraio 2009

FOIBE, GIORNATA DEL RICORDO. UN'INIZIATIVA FATTA CON LO SCEMPIO DELLA VERITA' STORICA.

"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani"

Benito Mussolini
1920
Questa frase dettata dal dittatore italiano può darci l'idea di quello che le genti slave abbiano dovuto subire durante i venti anni del fascismo nelle terre dell'Adriatico orientale.

Dal 2004, ogni 10 febbraio, le televisioni italiane ci propinano le testimonianze di esponenti neofascisti che ci scodellano una verità distorta ed a senso unico, facendoci credere che le foibe siano state un fenomeno di pulizia etnica, subito dagli italiani per il solo fatto di essere tali. Emblematico il caso del polpettone nazional-popolare rappresentato dallo sceneggiato "Il cuore nel pozzo".

Questo video da una idea molto pregnante di quale idea distorta la politica italiana stia cercando di installare nelle coscienze di tutti i cittadini. Buona visione.



Durante il periodo della Iugoslavia di Tito c'erano giornali, una rete televisiva e radiofonica statale in lingua italiana, scuole italiane ed istituzioni culturali per i nostri connazionali rimasti sotto la giurisdizione delle istituzioni iugoslave. Tutti quelli che nel ventennio non si sono compromessi con i crimini fascisti non hanno avuto alcun problema in tutto il periodo socialista.

Purtroppo la politica italiana è priva di valori e di contenuti, tanto che ha pensato di poter distrarre il popolo bue con l'idea di un olocausto all'amatriciana. Il vittimismo immotivato è un sentimento a basso costo che si propaga come una febbre virulenta. Le nostre televisioni ed i nostri giornali parlano di italiani solo come di perseguitati senza motivo.
Ma noi dovremmo solo vergognarci delle azioni barbare che il potere fascista ha compiuto in Istria, in Dalmazia ed a Fiume. Vi presento due documenti filmati. Il primo parla del campo di concentramento italiano di Rab e sul fenomeno del concentrazionismo italiano, il secondo degli ordini ricevuti dalla truppe italiane su come trattare la popolazione in Montenegro. Buona visione.





Per concludere, posso dire che in Italia per troppi anni non si è parlato del problema. Ma oggi se ne sta discutendo con il solo proposito di descrivere gli slavi ed i comunisti come belve feroci, senza parlare delle bestialità fasciste che quelle popolazioni hanno dovuto subire per 20 anni.


Dopo due decenni di soprusi non si può pretendere che la controparte si comporti, una volta diventata parte militarmente forte, senza qualche eccesso di vendetta.

NELLA FOTO: LAPIDE COMMEMORATIVA DEI CADUTI TRA LE FILE DEI PARTIGIANI IUGOSLAVI. AD UNA VALUTAZIONE ATTENTA NON PUÒ SFUGGIRE LA PRESENZA DI MOLTI NOMI ITALIANI. LA LAPIDE SI TROVA A POREĆ (PARENZO), ISTRIA CROATA.

martedì 13 gennaio 2009

L’imbroglio palestinese ed il conflitto Arabo-Israeliano.

Le cause degli scontri ai quali stiamo assistendo oggi nel conflitto arabo-israeliano, vanno ricercate nella seconda metà del secolo scorso. Sono molti gli elementi di imprevedibilità e di confusione che hanno spiazzato tutti i protagonisti politici di allora e che hanno lasciato intravedere in maniera duratura ed irrisolvibile il futuro della regione. La logica coloniale inglese, anche quando venne a cessare, sembrò incapace di cogliere le dinamiche complesse di quelle società arabe che si affacciavano all’indipendenza. La guerra aveva modificato in profondità una realtà che a partire dalla dichiarazione Balfour del 1917, si era sviluppata in modo molto contraddittorio fino al Libro Bianco del 1939, in cui gli inglesi avevano ribadito la volontà di dar vita ad uno stato indipendente a maggioranza araba entro 10 anni, restringendo nello stesso tempo l’immigrazione ebrea in Palestina. La risposta ebraica, si tradusse in un intreccio di illegalità, violenza e diplomazia. La distruzione da parte nazista degli ebrei i cui superstiti furono ammessi negli USA ed in Gran Bretagna, favorì l’ipotesi sionista di una Palestina indipendente. Ma fu soprattutto la necessità morale dell’Occidente di risarcire in qualche modo la Shoah che accelerò i passi in quella direzione. Una proposta anglo-americana nel 1946 di divisione della Palestina in una zona araba ed una ebraica fallì, come in seguito anche la Conferenza di Londra del 1947. Il problema venne affidato allora all’ONU dove un’apposita commissione discusse l’argomento. Si giunse nel novembre dello stesso anno alla Risoluzione 181 che prevedeva gli Stati Indipendenti arabo ed ebraico ed il regime internazionale speciale per Gerusalemme. Gli scontri iniziarono prima del ritiro delle truppe britanniche, dando luogo a conflitti armati, assalti, azioni terroristiche. L’obiettivo della violenza ebraica era quella di accelerare la fuga araba dai territori che costituiranno lo Stato di Israele e cercare di ampliare i confini previsti; lo scopo di quella araba era impedire la nascita dello Stato ebraico nella loro terra. Dunque, il 14 maggio del 1948 nasceva lo Stato di Israele e la stessa notte ebbe inizio la prima guerra arabo-israeliana. Nel giro di un anno vengono cacciati dai propri territori oltre il 60% della popolazione, che benché superiori numericamente, gli eserciti arabi erano molto scoordinati e con la Conferenza di Rodi nel 1949, quello che avrebbe dovuto costituire lo Stato Arabo-Palestinese, viene spartito tra i vincitori senza che le Nazioni Unite riconoscevano questa nuova realtà. Da allora ad oggi, sembra non essere cambiato nulla in termini di scontri, a parte la cartina geografica dell’Area, (come si evince dalla cartina sopra illustrata) dove l’Antica Palestina è stata quasi interamente annessa dagli israeliani.
La questione palestinese quindi, che l’Occidente aveva creduto di poter sciogliere nell’arco di decenni, ancor oggi risulta fortemente provvisoria ed instabile. Se rimane abbastanza chiara la natura conflittuale, meno lo sono le prospettive future. Continuiamo ad assistere ad uno scenario dove le grandi potenze, l’Occidente, si muovono senza una strategia ed un orizzonte di riferimento.
Certo è, che stiamo soprattutto assistendo ad una tragedia umanitaria in quell’area, ad una guerra se cosi si può definire, o forse ad un massacro. Nessuna guerra è giusta, ma credo anche che non si possa nemmeno parlare di guerra tra due parti, quando dall’una muoiono 10 soldati e dall’altra migliaia e soprattutto bambini e civili, come denunciato anche dal CICR (Croce Rossa Internazionale) che si è vista ritardare, nei primi giorni di guerra, l'accesso ai soccorsi nella Striscia di Gaza, da parte delle autorità Israeliane, e numerosi feriti sono stati abbandonati a loro stessi, persone che hanno avuto solo la sfortuna di trovarsi in quei territori senza aver mai preso parte al conflitto.