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martedì 13 gennaio 2009

L’imbroglio palestinese ed il conflitto Arabo-Israeliano.

Le cause degli scontri ai quali stiamo assistendo oggi nel conflitto arabo-israeliano, vanno ricercate nella seconda metà del secolo scorso. Sono molti gli elementi di imprevedibilità e di confusione che hanno spiazzato tutti i protagonisti politici di allora e che hanno lasciato intravedere in maniera duratura ed irrisolvibile il futuro della regione. La logica coloniale inglese, anche quando venne a cessare, sembrò incapace di cogliere le dinamiche complesse di quelle società arabe che si affacciavano all’indipendenza. La guerra aveva modificato in profondità una realtà che a partire dalla dichiarazione Balfour del 1917, si era sviluppata in modo molto contraddittorio fino al Libro Bianco del 1939, in cui gli inglesi avevano ribadito la volontà di dar vita ad uno stato indipendente a maggioranza araba entro 10 anni, restringendo nello stesso tempo l’immigrazione ebrea in Palestina. La risposta ebraica, si tradusse in un intreccio di illegalità, violenza e diplomazia. La distruzione da parte nazista degli ebrei i cui superstiti furono ammessi negli USA ed in Gran Bretagna, favorì l’ipotesi sionista di una Palestina indipendente. Ma fu soprattutto la necessità morale dell’Occidente di risarcire in qualche modo la Shoah che accelerò i passi in quella direzione. Una proposta anglo-americana nel 1946 di divisione della Palestina in una zona araba ed una ebraica fallì, come in seguito anche la Conferenza di Londra del 1947. Il problema venne affidato allora all’ONU dove un’apposita commissione discusse l’argomento. Si giunse nel novembre dello stesso anno alla Risoluzione 181 che prevedeva gli Stati Indipendenti arabo ed ebraico ed il regime internazionale speciale per Gerusalemme. Gli scontri iniziarono prima del ritiro delle truppe britanniche, dando luogo a conflitti armati, assalti, azioni terroristiche. L’obiettivo della violenza ebraica era quella di accelerare la fuga araba dai territori che costituiranno lo Stato di Israele e cercare di ampliare i confini previsti; lo scopo di quella araba era impedire la nascita dello Stato ebraico nella loro terra. Dunque, il 14 maggio del 1948 nasceva lo Stato di Israele e la stessa notte ebbe inizio la prima guerra arabo-israeliana. Nel giro di un anno vengono cacciati dai propri territori oltre il 60% della popolazione, che benché superiori numericamente, gli eserciti arabi erano molto scoordinati e con la Conferenza di Rodi nel 1949, quello che avrebbe dovuto costituire lo Stato Arabo-Palestinese, viene spartito tra i vincitori senza che le Nazioni Unite riconoscevano questa nuova realtà. Da allora ad oggi, sembra non essere cambiato nulla in termini di scontri, a parte la cartina geografica dell’Area, (come si evince dalla cartina sopra illustrata) dove l’Antica Palestina è stata quasi interamente annessa dagli israeliani.
La questione palestinese quindi, che l’Occidente aveva creduto di poter sciogliere nell’arco di decenni, ancor oggi risulta fortemente provvisoria ed instabile. Se rimane abbastanza chiara la natura conflittuale, meno lo sono le prospettive future. Continuiamo ad assistere ad uno scenario dove le grandi potenze, l’Occidente, si muovono senza una strategia ed un orizzonte di riferimento.
Certo è, che stiamo soprattutto assistendo ad una tragedia umanitaria in quell’area, ad una guerra se cosi si può definire, o forse ad un massacro. Nessuna guerra è giusta, ma credo anche che non si possa nemmeno parlare di guerra tra due parti, quando dall’una muoiono 10 soldati e dall’altra migliaia e soprattutto bambini e civili, come denunciato anche dal CICR (Croce Rossa Internazionale) che si è vista ritardare, nei primi giorni di guerra, l'accesso ai soccorsi nella Striscia di Gaza, da parte delle autorità Israeliane, e numerosi feriti sono stati abbandonati a loro stessi, persone che hanno avuto solo la sfortuna di trovarsi in quei territori senza aver mai preso parte al conflitto.

lunedì 15 ottobre 2007

Elezioni in Russia

La Federazione Russa è alla vigilia di un intenso periodo elettorale. Infatti i cittadini russi andranno a votare il 2 dicembre prossimo per la camera bassa con una nuova riforma elettorale che abolisce la quota di maggioritario prevista dalla precedente legislazione ed alza la soglia di sbarramento al 7%.Nel marzo del 2008 ci saranno le Presidenziali. Come si prepara la classe politica a questi passaggi cruciali? Putin ha dichiarato pubblicamente che non si candiderà nel 2008, ma ha anche lasciato capire che non ha nessuna intenzione di essere messo da parte, anzi ha precisato che vuole mantenere un ruolo di primo piano nella vita politica russa. Alle precedenti elezioni solo pochi partiti sono riusciti a superare la soglia di sbarramento. Russia Unita, con il suo leader Boris Gryzlov, è il primo partito con quasi il 40% dei voti. Il giovane partito, è un convinto sostenitore del presidente Putin. Il principale partito di opposizione, invece, è il Partito Comunista della Federazione Russa (Kprf), che nelle elezioni precedenti raggiunse il 13% dei voti, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia (Ldpr), capeggiato da Zirinovskij. Il Presidente russo Putin sarà capolista per il partito Russia Unita nella corsa elettorale per le elezioni alla Duma. Il dopo-Putin sarà per forza una continuazione della sua politica da parte dei suoi fedelissimi. Di ciò i russi sono assolutamente consapevoli, infatti l’attuale Presidente gode di oltre due terzi dei consensi dell’elettorato e se dipendesse dalla maggioranza dei russi l’attuale Presidente avrebbe alle elezioni presidenziali di marzo, il suo terzo mandato in tasca. I russi sono assai poco propensi a prestare orecchio ai grandi discorsi sui valori democratici di tanti occidentali ed alle loro critiche spesso infondate, poiché in questi anni la politica del loro Presidente pare aver dato i suoi frutti: lo stato è rafforzato, l’economia è in ripresa e le forze armate russe stanno tornando ad essere tra le prime al mondo. Per molti analisti il sistema è rimasto compatto solo per la capacità dell’attuale Presidente di mantenerlo tale, allontanando i suoi avversari (oligarchi in primis). Con i metodi usati non sempre liberali, ma comunque mai spudoratamente polizieschi, è riuscito a reprimere le ambizioni di coloro che ambivano a mettere le mani sulle enormi ricchezze del Paese. Un dossier apparso recentemente, pubblicato dal Russian Information Center, sottolinea infatti come alcuni oppositori di Putin stiano preparando un ritorno nella Mosca del dopo elezioni e come siano intenzionati a sfruttare la riorganizzazione del potere del Cremlino. Essi stanno facendo il giro di alcune cancellerie occidentali in cerca di sostegno (Usa e Gran Bretagna) e vantano reti di appoggi particolarmente diffuse negli ambiti della malavita non solo interna russa ma anche straniera e nei servizi segreti di numerosi stati occidentali. L’unione di ex oligarchi ansiosi di potere, servizi segreti e malavita internazionale potrebbe rappresentare per la Russia una situazione drammatica se gli uomini che stanno attualmente al potere (fino a prova contraria i più interessati al bene del Paese) non sapranno reagire in maniera forte, anche servendosi di strumenti (già utilizzati) che sono fuori dalla tradizione democratica, in virtù del raggiungimento di un fine più grande: la salvaguardia dell’integrità del Paese.
Quindi nel dibattito politico in questi giorni, sulla successione all’interno dell’èlite politica russa regna un certo grado di confusione, conseguenza delle profonde incognite connesse alla fine della Presidenza Putin ed alle possibili turbolenze nella fase di transizione che potrebbero portare con sé aspri regolamenti di conti. Quali sono i possibili scenari di successione a Putin? Finora i due candidati per le prossime elezioni presidenziali sono Medvedev ed Ivanov; poi vi sono altri candidati non ufficiali come Jakunin molto amico dell’attuale presidente. Per quanto riguarda Putin le ipotesi potrebbero essere varie;
Putin potrebbe uscire temporaneamente di scena affidando il paese ad un suo fidato luogotenente per rientrare in gioco alle successive elezioni del 2012 (infatti la Costituzione Russa vieta solo il terzo mandato consecutivo ma non il presentarsi per più mandati). Oppure potrebbe diventare Presidente di Gazprom e magari entrare anche come deputato della Duma.
Cosa pensare allora? Vista la situazione da lontano ed un’Europa Occidentale sempre pronta a stracciarsi le vesti per i diritti umani universali, ma resistente a rinunciare ai benefici derivanti dagli idrocarburi che Mosca fornisce a prezzi convenienti, quest’ultima tende a dimenticare spesso che se le prossime elezioni in Russia fossero veramente senza Putin, molto probabilmente le vincerebbero i nazionalisti ed i populisti antioccidentali. Conviene forse facilitare l’ascesa di costoro? Oggi Putin, benchè non propriamente filoccidentale, rimane l'unico interlocutore serio ed affidabile che da anni ha deciso di orientare la Russia verso l’occidente, malgrado i segnali negativi che spesso ci giungono per insabbiare un personaggio a volte scomodo ad alcuni.